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Obbligazioni green: vanno davvero meglio di quelle tradizionali? La risposta nei dati

📅 24 Agosto 2026✍️ di Claudia Nistri⏱️ 7 min di lettura

La domanda mi è arrivata in un pomeriggio di pioggia, mentre chiudevamo i conti del nostro gruppo d’acquisto. Tra una fattura del fornitore di ortaggi e il preventivo della prossima fornitura di energia, un socio mi ha chiesto se le obbligazioni green vanno davvero meglio delle altre. Ho sorriso, ricordando quante volte, in trent’anni di gestione della piccola azienda di famiglia, ho sentito lo stesso ritornello cambiando solo l’etichetta del prodotto. La risposta, come spesso accade in finanza, sta tutta nei dati, ma la strada per leggerli va percorsa con calma.

Il mercato e la misura del confronto

Prima di capire chi corre di più, bisogna vedere se le scarpe sono le stesse. Le obbligazioni green sono titoli di debito emessi per finanziare progetti ambientali, con impegni di trasparenza su come saranno usati i proventi. Per confrontarle con le obbligazioni tradizionali ha senso accoppiare titoli dello stesso emittente, durata e rating, e poi osservare spread, rendimento e volatilità. È quello che fanno i grandi fornitori di indici e numerosi studi accademici: coppie gemelle di bond, uno verde e uno convenzionale, per misurare differenze reali e non illusioni ottiche.

Negli ultimi anni l’offerta è cresciuta in modo vigoroso e più diversificato, dai sovrani alle utility, dalle banche alle multinazionali industriali. Con più scelta, il confronto è diventato più robusto. Ma la dimensione non basta: contano la domanda degli investitori, la trasparenza dei progetti e la disciplina dei mercati, soprattutto quando le condizioni si fanno tese.

Cosa mostrano i rendimenti

Le performance totali negli ultimi cinque anni raccontano una storia meno spettacolare di quanto suggerisca il marketing. A parità di durata e merito di credito, i rendimenti dei green bond sono risultati in media molto vicini a quelli dei bond tradizionali. In diversi periodi la differenza annua si è mossa entro margini contenuti, spesso inferiori al mezzo punto percentuale. Nei trimestri di forte domanda per l’etichetta sostenibile, i verdi hanno talvolta sovraperformato; quando i tassi sono saliti bruscamente, le perdite sono state a doppia cifra anche per loro, come per l’intero mercato.

Se guardo ai numeri di indici globali specializzati, emergono due dinamiche ricorrenti. La prima: la durata media dei panieri green tende a essere leggermente più elevata, perché molti emittenti collocano scadenze medio-lunghe per finanziare progetti pluriennali. Questo espone di più alle oscillazioni dei tassi e può amplificare i movimenti, in su e in giù. La seconda: la qualità del credito del segmento, concentrata su investment grade, ha offerto una tenuta simile a quella dei migliori emittenti tradizionali, con differenze di performance che raramente cambiano il quadro su orizzonti pluriennali.

Il greenium: quando il prezzo riflette la domanda

La parola chiave che spesso fa la differenza è greenium, il piccolo sconto sul rendimento richiesto dagli investitori per detenere un titolo verde rispetto al suo gemello non etichettato. Sui collocamenti primari questo differenziale è stato osservato di frequente, tipicamente nell’ordine di pochi punti base, spesso tra 3 e 8, con variazioni secondo l’emittente e il ciclo. In secondario, l’effetto tende ad assottigliarsi, ma resta rilevabile su emittenti molto ricercati.

Per l’emittente è una buona notizia: il costo del capitale si riduce leggermente, favorendo investimenti ambientali. Per l’investitore significa partire, a parità di rischio, con un rendimento atteso un filo più basso. Che cosa comporta questo nel tempo? In condizioni normali, la differenza si vede poco, perché le curve dei tassi si muovono e gli spread di credito si allargano o si stringono per ragioni macro. Ma in aggregato, se il greenium persiste, può limare qualche decimale alle performance.

Attenzione però all’altra faccia della medaglia. La presenza di una base di investitori dedicati e stabili può rendere i prezzi dei bond verdi più resistenti nelle fasi di rotazione del mercato. Nei periodi di turbolenza non è raro vedere spread che si allargano meno, compensando parte del minor rendimento iniziale. Di nuovo, il dato medio nasconde molte storie, ma l’effetto di domanda strutturale è uno dei supporti più tangibili del segmento.

Volatilità e liquidità: stabilità con qualche caveat

Una convinzione diffusa è che i titoli verdi siano più stabili. I numeri suggeriscono che la volatilità storica degli indici green investment grade è stata leggermente inferiore o in linea con quella di panieri comparabili tradizionali, soprattutto nei periodi di afflussi verso strategie sostenibili. La differenza non è enorme, ma può contare per i portafogli che cercano un profilo difensivo.

La liquidità, invece, è un terreno più sfumato. Sul primario l’interesse è spesso elevato e le emissioni vengono ben distribuite. Sul secondario, alcune linee meno scambiate possono risultare più strette di controparte rispetto ai benchmark non green, specie fuori dalle grandi piazze o per tagli piccoli. Nulla di drammatico, ma per chi gestisce in modo attivo conviene verificare la profondità del book e considerare costi di negoziazione in entrata e uscita. Nelle fasi di stress sistemico, quando tutti corrono verso la porta, la domanda dedicata ai green può aiutare, ma non fa miracoli.

Trasparenza, regole e il rischio di chiamarsi “verde”

La differenza più concreta, a mio avviso, non sta nelle performance ma nella struttura informativa. Le obbligazioni verdi ben fatte offrono un quadro chiaro di come saranno spesi i proventi, con verifiche esterne e report periodici sull’avanzamento dei progetti. Qui, le norme fanno la parte del leone. In Europa la definizione di attività ecosostenibile passa dalla Tassonomia UE, che aiuta a classificare gli investimenti allineati a obiettivi climatici e ambientali. Sul fronte della trasparenza dei prodotti, la SFDR impone livelli di disclosure che hanno spinto molti gestori a selezionare con più rigore le emissioni da portare in portafoglio.

Questi binari non eliminano il rischio di greenwashing, ma lo riducono e alzano i costi di chi vuole solo attaccarsi un’etichetta. Per l’investitore retail, abituato come me a controllare le fatture riga per riga, leggere i framework di emissione, le second-party opinion e i report d’impatto è già metà del lavoro. Non cambia il prezzo in tempo reale, ma cambia la qualità dell’informazione su cui si prende la decisione.

Prospettive: cosa può cambiare nei prossimi 12 mesi

Guardando avanti, ci sono tre variabili che contano più di altre. La prima è la traiettoria dei tassi. Se le banche centrali allentano, le scadenze più lunghe possono beneficiare e qui il mercato green, spesso più esposto alla parte medio-lunga, potrebbe recuperare terreno in termini di total return. La seconda è l’offerta: l’emissione di titoli verdi da parte di governi e grandi utility resta sostenuta, e nuovi standard europei per le emissioni “EU Green Bond” potrebbero rafforzare la fiducia e ampliare la base di investitori. La terza è la domanda regolamentata: fondi pensione, assicurazioni e gestori con mandati sostenibili continuano a cercare asset coerenti con i loro obiettivi, mantenendo uno zoccolo duro di acquisti che può stabilizzare gli spread.

Non mi aspetto un cambiamento di paradigma nelle performance relative. I dati suggeriscono che il segmento continuerà a muoversi in sintonia con i comparabili tradizionali, con scarti limitati e periodici scambi di leadership. Se il greenium rimarrà, chi compra green pagherà qualcosa in rendimento ex ante e lo recupererà, in parte, in termini di stabilità e di allineamento con obiettivi ambientali misurabili.

Come inserirle in portafoglio, con realismo

Nel mio lavoro con piccoli risparmiatori, quando parliamo di obbligazioni verdi, parto sempre da tre domande: qual è l’orizzonte temporale, quale rischio di tasso si è disposti a sopportare e quanto conta per te che il capitale finanzi progetti con un impatto definito. Se le prime due domande non trovano risposta, l’etichetta green non aggiunge valore. Poi si selezionano gli emittenti, si controllano rating e duration, si legge la documentazione di progetto. Solo alla fine si guarda alla performance storica, con la giusta dose di umiltà, perché il passato non traccia mai la strada con precisione millimetrica.

Un’ultima nota sulla diversificazione. Fondi ed ETF dedicati ai green bond possono facilitare l’accesso e ridurre il rischio specifico delle singole emissioni. Anche qui i dati mostrano tracking difference e costi in linea con gli strumenti tradizionali della stessa fascia, con la variabile aggiuntiva della copertura valutaria e della durata media. È bene accertarsi che la metodologia dell’indice sia coerente con la definizione di “verde” che si sposa con i propri obiettivi.

Alla fine della riunione, quel pomeriggio di pioggia, abbiamo deciso di investire una piccola quota della cassa comune in un fondo obbligazionario con una componente green significativa, non perché sperassimo in guadagni miracolosi, ma perché i conti tornavano e i progetti finanziati parlavano la nostra lingua. E questa è la conclusione più onesta che posso offrire: i green bond, in media, non corrono più veloci dei loro cugini tradizionali, ma permettono di partecipare a una trasformazione reale senza rinunciare alla disciplina dei numeri. Per chi, come me, ha imparato a far quadrare i bilanci prima ancora delle storie, è già un buon punto di partenza.

Claudia Nistri

Claudia ha gestito per 30 anni una piccola azienda familiare occupandosi direttamente di contabilità e investimenti. Negli ultimi anni si dedica a diffondere pratiche di risparmio presso gruppi di acquisto solidale e ama confrontarsi su metodi alternativi di investimento personale.

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